Narrativa, Narrativa psicologica, Recensione

LUCIO, Raffaele Franciò

Recensione di “Lucio”

Autore: Raffaele Franciò

Illustrazioni: Ste Balza

Casa editrice: bookabook

Genere: narrativa psicologica

Pagine: 144

Prima pubblicazione: 2022

Titolo originale: Lucio

Gradimento personale: 2,5/5 ⭐️

Come può sentirsi un uomo se i suoi ricordi non hanno alcun valore? Se nessuno difende il loro diritto di esistere? Se nessuno ne piange la scomparsa? Cosa mi sarebbe mancato di ciò che era prima? Chi ero? Chi sono?

Lucio, pag. 121

Mi piange davvero il cuore a dover dare 2,5/5 ⭐️ a questo libro visto quanto mi era piaciuto l’esordio dell’autore (mi riferisco a “L’elefante alla porta”) e visto anche quanto attendessi una sua nuova pubblicazione. Purtroppo però questo breve romanzo non è stato all’altezza delle aspettative.

Il libro può tranquillamente dividersi in due blocchi: il primo che racchiude una serie di eventi estremamente caotici, il secondo dove si spiega con fare didascalico tutto ciò che è successo prima.

Il protagonista è Lucio, un uomo privato della sua memoria, confuso e prigioniero di un ambiente non ben definito chiamato Cittadella. L’unico elemento chiaro è che qualcosa non vada, un vago sentore di pericolo annegato dalla confusione, tutto il resto è sfocato e stimola la viva curiosità del lettore. Altri personaggi chiave sono Margherita e Alessandro, ma di loro c’è ben poco da dire: sebbene siano centrali all’intero del libro, restano figure trasparenti e prive di approfondimento.

Circa a metà romanzo, la luce viene accesa all’improvviso e tutto viene spiegato al lettore. Peccato solo che questa narrazione non si amalgami allo stile narrativo utilizzato in precedenza, abbiamo una rottura brutale, tutto viene stravolto e dal totale disorientamento passiamo a uno spiegone vero e proprio. Lo show don’t tell, in questa seconda parte di romanzo, è completamente inesistente: non abbiamo più sotto agli occhi un testo di narrativa, ma un semplice manuale delle istruzioni che ci illustra come vada interpretato il libro. Oltre al modo in cui viene detto tutto ciò (in modo estremamente didascalico) non ho apprezzato nemmeno gli espedienti coi quali ci viengono fornite queste rivelazioni. Lucio passa dall’essere solo e smarrito ad avere la “fortuna” di incontrare proprio le persone giuste, capaci di dirgli le cose giuste e proprio al momento giusto. Per fare un esempio, il protagonista a un certo punto entra in una torre abbandonata e cosa ci trova per pura coincidenza? Un documento che spiega nel dettaglio l’origine e la natura della misteriosa e fantomatica Cittadella…

“Lucio” mi ha dato l’idea di essere un romanzo davvero ricco di potenzialità e originalità, ma la resa finale del testo non è stata in grado di dare giustizia alle ottime premesse. Se dovessi descrivere questo romanzo in pochissime parole, direi che non è assolutamente amalgamato perché le sue varie componenti si sono disperse nella narrazione senza riuscire a dare consistenza al testo.

Purtroppo, le note dolenti non sono ancora finite… anche i personaggi mi hanno profondamente delusa. A parte il protagonista, unico personaggio con cui si riescere a instaurare un rapporto empatico, tutti gli altri mi sono sembrati delle comparse, anche quelli che tutto erano tranne comparse (mi riferisco soprattutto a Margherita e Alessandro). Molto probabilmente questa sensazione è dovuta al fatto che il lettore non scopre i personaggi vedendoli agire direttamente, ma impara a conoscerli sopprattutto attraverso lo spiegone finale che, inevitabilmente, ne va ad appiattire le caratteristiche.

I dialoghi sono un elemento fondamentale in questo romanzo, la maggior parte delle situazioni vengono filtrate dal parlato dei personaggi. L’autore, con la sua scrittura, ha provato a emulare un parlato spontaneo, una scelta decisamente coraggiosa e difficile da rendere… e infatti l’esito ottenuto non è stato dei migliori perché l’effetto finale trasuda artificiosità da ogni virgola. E questo ha certamente penalizzato anche la caratterizzazione dei vari personaggi, come dicevo anche prima.

Sempre parlando di virgole, anche qui purtroppo ho dei commenti da fare. Sono abbastanza sicura che il testo non abbia avuto una revisione bozze e gli errori rimasti sono davvero numerosi. Qui la colpa è dell’editore e non dell’autore, questo è certo, ma tutti i refusi rimasti hanno aggravato le condizioni di un romanzo che già prima non brillava di salute. E gli errori trovati erano molto gravi: E’ al posto di È, note numeriche grandi quanto il testo stesso invece di essere un apice, un apostrofo sbagliato (“un occasione”), e la quasi totale assenze di virgole dove necessarie.

L’ho detto e lo ripeto, mi piange il cuore a scrivere una recensione tanto dura nei confronti di un libro per cui nutrivo grandissime aspettative, ma purtroppo sono molti gli aspetti che non mi hanno convinta. Concludo dicendo solo che spero che il prossimo libro l’autore, che continuo a credere abbia molto talento, possa nuovamente soprendermi con un nuovo romanzo geniale quanto “L’elefante alla porta”.

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